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Processo alla parola
Armando Verdiglione
Processo alla parola
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Anno: 1986
Pagine: 276
Prezzo: € 15,49
Dimensioni: cm 15,0x23,0
Legatura: brossura con sovraccoperta

Collana: l'alingua
ISBN: 8877701854

Estratto del libro
Mio padre era africano. Mia madre veniva dall'Alaska. Mio nonno aveva fatto fortuna a New York con le sue imprese. E mia zia aveva danzato a Pechino. Incontravo talvolta i miei fratelli, che vivevano l'uno a Berlino, l'altro a Vienna, l'altro a Buenos Aires, e le sorelle, che vivevano l'una a Parigi, l'altra a Londra e l'altra al Cairo. La mia istruzione era come ebreo-cattolico-giapponese. E si è compiuta a Roma. Da qui la mia formazione ha seguito un percorso inventivo e la mia vicenda un cammino artistico.
La parola nella sua scienza, nella sua logica, nella sua divisione mi ha trovato a dire, a fare, a scrivere. Non doveva servire a nulla. Né poteva essere soggetta a finalismo. Impossibile che si mettesse a significare: procede per integrazione, anziché per unificazione, per totalizzazione. Mia la parola, come per ciascuno, non per tutti né per chiunque né per ognuno. Per ciascuno: tanto idiomatica quanto insignificabile; sia particolare sia specifica. Parola mia: ove stanno le mie forze e i miei mezzi. Parola mia: ove la fede e la speranza, originarie come inconiugabili, rimangono essenziali all'itinerario. Parola che non può essermi confiscata e che non si normalizza. Parola dove il piacere non ha bisogno dell'unità né dell'armonia sociale.
Chi può intentare il processo alla parola per demonizzarla e per padroneggiarla? Chi può sottoporla al luogo comune per finalizzarla distribuendola tra il buon senso, il consenso e il senso comune? Chi può estorcerla legalmente credendola finibile, circolare, quindi spaziale?
Quarta di copertina
Questo libro contiene tutto ciò che è sconosciuto intorno a un linciaggio senza precedenti nell'Italia repubblicana. Indica quale parte hanno avuto i diversi funzionari e professionisti della morte, in che modo e con quali mezzi il patriottismo ha conseguito l'unità ideologica degli italiani, come intorno a quest'affaire si sta giocando una partita storica essenziale.
“La provincia Italia ha dato con questo processo il suo massimo contributo alla normalizzazione del pianeta e alla neutralizzazione dell'Europa non sovietica. Dimostrando che, una volta nazionalizzato, l'inconscio può essere collettivo. Come collettivo può diventare il delirio. E lo sterminio di chi investe nella ricerca, nell'arte e nell'invenzione può ormai avvenire attraverso la mediotanasia e attraverso la riconduzione al silenzio e al luogo comune, più che al diritto comune.
Questo processo risulta tanto un arcaismo quanto un'assurdità. Il mio sdegno investe non soltanto il processo ma l'intera inquisizione nazionale in cui anche il processo si situa. E coloro che, allontanatisi, hanno dato alimento alla fantasmatica dell'accusa sono stati travolti dagli arcaismi. Tuttavia, durante il processo, della loro esperienza rimaneva più di una traccia.
Non situandomi in nessuna demagogia né di destra né di sinistra, trovandomi in un'esperienza senza confini e in uno scambio che promuove la seconda Europa, sono stato aggredito per principio, poi ogni pretesto era buono per accusarmi facendo di me la ragione profonda di tutti i guai della penisola, di tutti gli intoppi nella gestione del potere e della lottizzazione.
Fare di un processo alla parola un processo della parola e fare di quello che viene prospettato come uno psicofarmaco un atto linguistico sembra una battaglia perduta quando i giochi si mostrano già fatti. Eppure, sta anche qui la scommessa. Come sta anche qui la sfida: che la persecuzione non riesca a compiere un'incetta sulla speranza. Non dipende dall'inquisitore che la parola sia o no dominabile".
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